Covid, Oms: “molto preoccupati ma non è come a metà marzo” 

“Più che mai questi sono tempi di pandemia per l’Europa. Ma tempi di pandemia non significano necessariamente ‘tempi bui'”. Lo ha detto oggi in conferenza […]
- - Ultimo aggiornamento

“Più che mai questi sono tempi di pandemia per l’Europa. Ma tempi di pandemia non significano necessariamente ‘tempi bui'”. Lo ha detto oggi in conferenza stampa Hans Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa. “L’impennata dell’autunno-inverno continua a manifestarsi in Europa con aumenti esponenziali dei casi giornalieri e aumenti percentuali corrispondenti nelle morti. L’evoluzione della situazione epidemiologica desta grande preoccupazione: il numero giornaliero di casi è aumentato, come pure i ricoveri. Covid-19 è ora la quinta causa di morte e la ‘barra’ dei 1000 morti al giorno è stata raggiunta. Significa che siamo di nuovo a metà marzo? No – ha assicurato Kluge – non ci siamo”. 

La Regione europea ha inoltre registrato “la più alta incidenza settimanale di casi di Covid-19 dall’inizio della pandemia, con quasi 700.000 positivi segnalati. “I casi confermati hanno ora superato i 7 milioni, passando da 6 a 7 milioni in soli 10 giorni. Durante il fine settimana sono stati raggiunti nuovi record con totali giornalieri che hanno superato per la prima volta i 120.000 casi, sia il 9 che il 10 ottobre”, ha rilevato Kluge. 

“Sebbene registriamo da 2 a 3 volte più casi al giorno rispetto al picco di aprile, osserviamo ancora 5 volte meno morti. Il tempo di raddoppio dei ricoveri ospedalieri è ancora da 2 a 3 volte più lungo. Nel frattempo, il virus non è cambiato: non è diventato né più né meno pericoloso”, ha sottolineato l’esperto. “Ci sono ragioni tecniche per osservare tassi più elevati di contagi giornalieri – ha spiegato – una è certamente il numero di test eseguiti, con tassi di esami ancora più elevati tra le età più giovani. E ci sono ragioni per” spiegare “una minore mortalità, che includono la più alta quota di trasmissione tra i giovani meno vulnerabili, che hanno una migliore capacità di affrontare anche le forme gravi e di evitare un esito fatale. Queste cifre – sottolinea Kluge – dicono che il rimbalzo della curva epidemiologica è più alto, ma la pendenza è più bassa e per ora meno fatale. Ma ha il potenziale di peggiorare drasticamente, se la malattia si diffonderà di nuovo nelle coorti di età più avanzata, in seguito a contatti” con i più giovani.