Jackie ovvero il lutto del Potere come rappresentazione d’un trauma collettivo, il film

“Si, io amo la folla”, dice Natalie Portman nei panni di Jacqueline “Jackie” Kennedy poco prima di montare sulla Lincoln Continental bianca sulla quale verrà ucciso il […]
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“Si, io amo la folla”, dice Natalie Portman nei panni di Jacqueline “Jackie” Kennedy poco prima di montare sulla Lincoln Continental bianca sulla quale verrà ucciso il marito John e quest’affermazione apparentemente innocua è la crinolina che tiene insieme l’abito del film di Pablo Larraìn.

E’ il 22 Novembre del 1963 e l’uomo che Arthur Shlesingler definì “un idealista senza illusioni” si trova a Dallas (Texas) per sfilare in un corteo che va dal Texas Book Depository al Parkland Hospital per poi tornare al Love Air Field dove l’attende l’Air Force One; due colpi d’arma da fuoco lo raggiungono prima al collo e poi alla testa di fronte a 552 spettatori increduli e ad una nazione che vivrà tale evento come uno shock così viscerale da poter essere paragonato (con le dovute differenze mediatiche) solo al crollo delle torri gemelle.

Pablo Larraìn sceglie uno stile narrativo anticonvenzionale e intimista deviando l’angolazione della macchina da presa  dall’inflazionata pista complottista (o dalla mera descrizione storica) sul volto della first lady più tragicamente stilosa di sempre, coi suoi abiti firmati Oleg Cassini ed una classe che un giornalista arriverà a trasfigurare, dopo la morte di John, in vera e propria “maestà”.

Il film alterna alla cronaca dei giorni immediatamente successivi all’accaduto l’intervista che Theodore White, giornalista di “Life”, fece a Jackie il 27 Novembre nella sua casa in Massachussets ma ad aumentare il senso di distorsione della realtà, che è il vero obiettivo del regista sono, oltre alla dissonante colonna sonora di Mica Levi, gli spezzoni ricostruiti del documentario “A tour of White House” (1961) dove una sorridente e telegenica Jacqueline Kennedy apriva per la prima volta le porte della dimora presidenziale alla televisione, mostrando agli americani quanto le “folli spese” di cui la rimproverava simpaticamente il marito non fossero solo un vezzo per rimodernare le stanze del Potere ma la precisa intenzione di lasciare un segno che cementasse l’identità con le tradizioni nazionali.

Il contrasto fra queste immagini, non prive d’una certa valenza politica oltre che d’un’indiscutibile eleganza (non dimentichiamo che Jackie aveva conseguito una laurea in Belle Arti nel 1951, parlava più lingue e possedeva un notevole talento giornalistico e diplomatico), e il primo piano della donna col vestito ed il viso imbrattati di sangue che ripete ossessivamente “di aver cercato di tenere insieme i pezzi della testa del marito” non opera la naturale cesura fra pubblico e privato che sarebbe ragionevole pensare poiché la Jackie di Larraìn non ha alcuna profondità essendo unidimensionale come tutti i simboli del Potere.

Dopo aver cercato di riassemblare i frammenti cranici di John la first lady si preoccupa di organizzare un memorabile corteo funebre che ricalchi quello di Lincoln al fine di costruire nell’immaginario collettivo il mito d’un uomo che non era solo la somma delle proprie azioni politiche ma l’incarnazione agli occhi del mondo di quella Camelot la cui effimera magia riusciva a stregarlo attraverso le note dell’omonimo e amato musical.

In questo la missione di Jackie sembra porsi in antitesi rispetto all’analisi di Bob Kennedy (un bravissimo Peter Sarsgaard che in “Salton Sea” aveva già assistito alla grottesca ricostruzione dell’omicidio di Dallas operata da alcuni tossici con dei piccioni al posto delle vittime) che scannerizza il mandato del fratello in un’ottica estremamente pragmatica invece di cristallizzarne il successo attraverso un santuario mediatico senza precedenti..

“Non riesco più a distinguere la realtà dalla finzione” sussurra una credibile Natalie Portman (che in lingua originale ha molto lavorato per imitare la cadenza del suo personaggio) e le  violente e ripetute inquadrature strette cercano di rendere ancor più surreale la linea di demarcazione fra la realtà d’un marito imperfetto che spesso “andava nel deserto e si lasciava tentare ma poi tornava  sempre in famiglia” e l’uomo amato da milioni di elettori (telespettatori) che aveva sfidato Castro e ridato speranza all’America del Vietnam.

C’è poco spazio per il dramma personale in questa parata fatta di cadetti irlandesi e fanti scozzesi in cornamusa, 103 capi di Stato ed una sepoltura meticolosamente scelta in un piovoso sopralluogo  da Jackie in persona, al punto che il privato non viene meno ma si identifica col pubblico così come la realtà diviene finzione e la morte spettacolo.

“Io non fumo” dice Jackie al suo interlocutore portando alla bocca la sigaretta e riservandosi di rileggere l’intera intervista prima di mandarla in stampa.

Diceva Carmelo Bene che “ogni autobiografia è immaginaria”. Potremmo ugualmente affermare che ogni biografia è una mistificazione del reale a favore del simbolico e in tal senso “Jackie” più che un biopic è uno spin-off dell’omicidio più chiacchierato della Storia che dissolve la tragedia nella beatificazione postuma e la personalità della first lady in un mausoleo decorativo fatto di abiti pastello, collane e cappellini che dovrà proprio al sangue la propria (commerciale) immortalità.

L’omicidio Kennedy è solo una delle tante ombre che sono andate a formare la funerea scia di questa dinastia segnata da misteri, sparizioni e malattie mortali ma nella sua iconica drammaticità (ripresa involontariamente dal cineamatore Zapruder) rappresenta, insieme ad altre illustri morti come quella di James Dean o Sharon Tate, una delle “fratture geologiche” della psiche statunitense che non si sono ancora sanate (Ballard). Se gli anni Cinquanta si sono cristallizzati nell’immaginario di molti registi quasi in modo atemporale (basti pensare a David Lynch) la loro violenta negazione ha partorito delle anti-icone d’uguale potenza espressiva (vedi i Dead Kennedys o Marilyn Manson) forse anche grazie alla pulsione dissacratoria d’una realtà ben diversa da quella affrescata dai mass-media di allora.

Forse con questa pellicola Pablo Larraìn ha voluto mostrare la dignità d’una donna che cerca di aiutare il passaggio alla Storia di suo marito sacrificando per questo la propria sfera personale o forse, al contrario, ha voluto intaccare la vernice posticcia del successo spettacolarizzato dal feticcio della Lincoln Continental o dagli abiti di Jackie o, magari come dice invece John Hurt nei panni del reverendo (ruolo testamentario visto che l’attore è venuto a mancare poco dopo le riprese), quando non ci sono risposte alle proprie domande o ci si suicida o ci si fa bastare quel che si ha.

D’altronde anche Jackie affermava di non aver mai voluto diventare famosa ma solo di aver sposato un Kennedy.