Arabia Saudita, le donne allo stadio separate dagli uomini: quando arriva la modernità?

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La partita fra Milan e Juventus, match di Supercoppa, sta facendo discutere da diverse settimane: in molti infatti hanno storto il naso di fronte all’opportunità di giocare una partita di calcio italiano in un paese che è ancora molto indietro per quanto riguarda i diritti delle donne e i diritti umani in generale.

In particolare ad accendere la miccia delle polemiche il comunicato diffuso dalla Lega Calcio nel quale si avvertivano le tifose italiane che allo stadio avrebbero dovuto sistemarsi nel settore “families”, misto per uomini e donne, mentre gli uomini “singles” hanno un settore riservato solo a loro.

Arabia Saudita, qualcosa sta cambiando

In Arabia Saudita da qualche mese spira un venticello di cambiamento, tenuto vivo dalle idee “progressiste” del principe ereditario Mohammed bin Salman: dall’estate 2018 le donne possono guidare la macchina, escono sole e possono lavorare ed aprire aziende a loro nome.

Alcune discriminazioni però restano: ad esempio quella lampante dello stadio, dove donne ed uomini devono entrare di fatto divisi almeno che gli uomini non siano in famiglia, quindi accompagnati da moglie e figli.

Le donne in Arabia Saudita stanno acquisendo più libertà, ma siamo ancora distanti dalla modernità: per loro è una conquista la guida, l’uscire da sole senza accompagnatori, il poter lavorare. Cose che in paese civile non dovrebbero essere messe in discussione.

Partita si, partita no: il dibattito pubblico

Come spesso accade nel dibattito pubblico, ci sono due fazioni abbastanza nette: da una parte il Ministro Salvini, che in un video ha aspramente criticato la scelta della Lega Calcio di disputare la Supercoppa in Arabia Saudita (paese con cui l’Italia intrattiene buoni rapporti commerciali e diplomatici), dall’altra il CT della Nazionale Mancini che ha invece dichiarato di essere favorevole, perchè iniziative come una partita possono contribuire ad aprire porte (come avvenne con le Olimpiadi in Cina).

Il principe Mohammed bin Salman sta allentando il giogo del controllo religioso sulle donne, ma di contro è stato coinvolto nelle polemiche per l’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi in Turchia e la sanguinosa guerra nello Yemen, con vittime civili fra cui bambini.

Come se non bastasse, l’Arabia Saudita è nei primi 5 paesi al mondo per numero di condanne a morte: dal 2014 ben 700, nel 2018 la media è stata di 13 esecuzioni al mese con un picco a luglio, con 27 esecuzioni di cui 7 in un solo giorno.

Non serviva dunque una partita di calcio per parlare del problema dei diritti civili in Arabia Saudita e dei rapporti del paese con l’Italia: ma a volte, parafrasando il vecchio adagio, purchè se ne parli…

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